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Corriere Magazine – 17/02/2005

Black and White, Sacco e Vanzetti, Giulietta e Romeo, Smith and Wesson, Romolo e Remo, Moët et Chandon. Esistono alcuni binomi inseparabili. Piano piano lo sono diventati anche loro. Dolce e Gabbana. Pochi sanno che uno, quello alto, si chiama Stefano Gabbana ed è nato a Milano 43 anni fa. E che l’altro, quello calvo, si chiama Domenico Dolce, è nato a Polizzi Generosa, in Sicilia, ed ha 47 anni. Dolce e Gabbana, un marchio internazionale che compie 20 anni nel 2005, una griffe on the edge, (non so che cosa voglia dire ma lo dicono tutti quelli della moda), una sigla negli affari e nella vita. La loro storia di coppia gay la raccontarono qualche tempo fa proprio a questo giornale. Un vero e proprio coming out realizzato con la complicità di Stefano Jesurum che li intervistava. Oggi seconda puntata del coming out. Sorpresa: Dolce e Gabbana non stanno più insieme. Meglio: quasi separati in casa. Ed io sono qui, nella loro reggia milanese di via San Damiano, a raccogliere le loro confidenze. «Intendiamoci, che avessimo fatto un coming out non lo sapevamo nemmeno noi»”, spiega Stefano, quello alto. «Era un’intervista e noi raccontavamo la nostra storia d’amore. Una storia che conoscevano tutti nel nostro ambiente». È vero, la conoscevano tutti nel loro ambiente. Come tutti sanno, nel loro ambiente, che si sono lasciati. Ma il loro ambiente è il regno degli happy few. Vediamo di approfondire l’argomento per tutti. Il popolo deve sapere.

Ognuno per conto suo? E la ditta? «Noi stiamo insieme a livello professionale, lavoriamo insieme benissimo, abbiamo un’intesa molto forte perché quello che è passato c’è ancora, continua e continuerà per sempre, abbiamo un amore molto forte che ci lega uno all’altro, però abbiamo due vite sentimentali separate», spiega Domenico. Ma abitate sempre nello stesso palazzo. «Uno in un appartamento e uno in un altro». Una separazione così civile? Le coppie etero non ci riescono mai. «È una questione di educazione sentimentale, di intelligenza». Ma avevo letto che eravate gelosi. Risponde Domenico: «Dipende. Non è stato facile. Ma abbiamo vissuto 19 anni insieme, intensamente, notte e giorno, vacanze e lavoro. Esiste la passione del corpo e della carne e poi c’è l’amore, quello profondo. Da parte mia, e spero sia reciproco, la persona più importante della mia vita è sempre lui. A prescindere da qualsiasi altro possa arrivare dopo. La nostra intimità intellettuale, di cuore è troppo grande». Almeno ognuno ha i suoi amori? «Certo». E questi nuovi fidanzati sono contenti della situazione? «Io sono molto chiaro», spiega Stefano Gabbana. «Dico subito: “Guarda, io ho questo legame con Domenico”». Penso con grande pena ai vostri prossimi partner. Stefano: «Andiamo al pratico. Io e Domenico lavoriamo insieme tutto il giorno, la sera non ci vediamo quasi mai, ognuno fa la propria vita, però ci capita ancora di fare delle vacanze insieme». Praticamente separati in casa. «Ognuno esce con i suoi amici. Ma spesso usciamo anche insieme». Siete sicuri che non tornerete insieme? Stefano: «Non penso». Domenico: «Mai dire mai». Stefano: «Mai dire mai ma non penso. Prima non ci staccavamo mai. Eravamo come due fratelli siamesi. Ora il distacco c’è, si sente ed è evidente». Almeno le case sono separate? «Uno abita al quinto e uno al sesto, ma c’è una scala interna». Ma siete un disastro.
È facile vivere da gay? Racconta Domenico: «Nel nostro settore ci sono tantissimi gay però lo tengono nascosto. Oppure lo dicono e non lo dicono. È vero, la sessualità è cosa personale. Ma non c’è nulla di male nel parlarne. Nel nostro caso è una forma d’amore così profondo che va oltre i nostri molti anni di convivenza. E parlandone fai anche del bene. Quando tu sei famoso, soprattutto nel campo della moda, essere gay fa parte di una coreografia interessante. A noi è permesso: eterosessuale o omosessuale è l’identica cosa. Ma ci sono realtà di tantissimi gay che vivono la loro condizione drammaticamente. Hanno paura per motivi sociali di dirlo alla famiglia, oppure di autoaccettarsi». Sarà sempre così? «Sarebbe bello che a scuola insegnassero che la diversità sessuale non è un peccato», dice Stefano. «Nel giro di tre generazioni il problema dell’omosessualità potrebbe sparire».

Il problema degli omosessuali molto spesso è doverlo dire ai genitori. Ricorda Domenico: «Mia madre mi disse: “Se si usa non preoccuparti”. Mi ha sbloccato un peso grossissimo». È stato diverso per Stefano: «Mia madre l’ha sempre saputo ma ha avuto una crisi isterica quando è uscito l’articolo di Sette. Ha pensato: “Adesso cosa dico alla vicina di casa?” E io ho dovuto rispiegargli tutto da capo, a quasi quarant’anni: “Mamma guarda che io non sono un assassino, non faccio del male a nessuno. Invece di amare una donna amo un uomo. Ma è sempre amore”».
Quando Stefano conobbe Domenico disse: «Sembra un prete morto». «È vero», ricorda Stefano. «Era tutto bianco e vestito di nero. Comprava i vestiti proprio nei negozi dei preti. Pantaloni, giacche, scarpe, cappotti, tutto nero». Domenico, è vero che vorresti scendere in campo? «A me la politica piace moltissimo, non è detto che un giorno non ci provi. Sai perché? Perché mi piace l’idea del giusto». Forse l’ultima cosa da fare, allora, è entrare in politica. «Ma no. Io sono un imprenditore, la cosa che mi dà fastidio è che i piccoli imprenditori vengono tartassati mentre per le grandi imprese c’è attenzione e se le cose vanno male arriva la cassa integrazione, per non parlare di Cirio e Parmalat». E se capitasse a voi di entrare in crisi? «Chiudo tutto e me ne frego», dice Domenico. «Con l’esempio che dà lo Stato!». Se scendi in campo, con chi? «Non lo so, io sono per la vera democrazia». E allora? «Adesso non mi piace nessun partito. Non mi piace la sinistra, non mi piace la destra». Ma messo alle strette? «Non scelgo». Chiedo aiuto a Stefano: e tu che fai? «Faccio la first sciura. Non me ne frega niente». Ma voi votate? «Certo che votiamo». E per chi votate? «Non lo diciamo». Domenico, vuoi scendere in politica e non mi dici nemmeno per chi voti? «Non sai veramente per chi votare, scheda bianca o annullare la scheda non è giusto». «Io sono per la monarchia», dice Stefano, «Vorrei avere il re e la regina in Italia. Saremmo più internazionali, meno provinciali, avremmo gossip di alto livello. La monarchia darebbe una sferzata di notorietà all’Italia». Vittorio Emanuele e Marina Doria? «Ma no! Sophia Loren e Carlo Ponti». Vabbé, ma voi vi ritenete di destra o di sinistra?
Piano riesco a cavare il ragno dal buco. Stefano: «Io di destra. Quello che è mio è mio, quello che è tuo è tuo. Non come dicono quelli di sinistra che quello che è mio è mio e quello che è tuo è mio». Stefano, quelli di sinistra non dicono queste cose. Domenico: «Non è vero. Non chiederci i nomi ma ce n’è di gente, anche fra i nostri colleghi, persone illustrissime, ricchissime, che pensano che ciò che è loro è loro e ciò che è di tutti gli altri è loro ugualmente. E poi trattano il personale da razzisti che neanche Cleopatra con gli schiavi». Insomma, Domenico, sei di destra o di sinistra? «Di destra». Più di Stefano o meno di Stefano? «Meno. Sono di destra democratico». Stefano: «Guarda che io non sono mica fascista». Domenico: «Io sono democratico». Stefano: «Ma siccome la democrazia non esiste». Domenico: «La famosa vecchia Dc». Stefano: «Ma la Dc non c’è più». L’opposizione… «L’opposizione. Mi spieghi che cosa è l’opposizione? Mi oppongo…mi oppongo…ma opponiti a te stesso». Se non si oppone l’opposizione chi si oppone? «Ma guarda Rutelli. Si oppone a tutto. Mi oppongo, mi oppongo, mi oppongo…non c’è collaborazione…ma è mai possibile che non c’è una cosa che gli va bene a questi qua?». Vi considerate dei borghesi? Domenico: «I borghesi, a Milano ce ne sono tanti, a noi ci schisciano». Stefano: «I primi anni ci davano dei barboni». Domenico: «Quelli del nostro palazzo a malapena ci salutano. A meno che non abbiano bisogno di un abito con lo sconto».

Le mutande, le canotte, l’ombelico. Ne avete creati di scandali nel vostro mondo… «Noi siamo popolari, siamo nazional popolari, siamo come la Carrà di una volta. Crei scandalo ogni volta che dici la verità. Guarda la storia dei peti nella nostra pubblicità». Guardo ma non mi pare una prodezza. «Cosa abbiamo fatto di male? Eppure il tribunale della pubblicità ce l’ha censurata». Sostengono che non è il massimo del buon gusto. «Che cosa è il buon gusto? Noi non sappiamo dirlo, ma non lo sa nessuno. Il rutto e la scoreggia, scusami, roba che facciamo tutti, in privato e in pubblico». Anche vomitare vomitiamo però a nessuno viene in mente di farci uno spot. Domenico: «Ma non è che vomiti tutti i giorni. Ci sono invece quelli che soffrono di meteorismo che scoreggiano tutti i giorni». Stefano: «La scoreggia è un tabù. Dovesse scapparmi adesso neanche morto la farei perché è un tabù, ma in realtà le facciamo tutti. Ma farlo insieme a un compagno o a una compagna, come succedeva nella nostra pubblicità, è di grossissima intimità. È una forma di amore».
Una forma d’amore. Le puzze. Vabbè, parliamo del lusso. Una borsa da cinquecentomila lire non è un lusso. L’avete detto una volta. Ma siete fuori dal mondo? È un terzo dello stipendio di molta gente. «Senti», spiega con pazienza Stefano, «con certi prodotti noi serviamo un mercato piccolo. Per cui quella cifra non è grossa». Ma non siete nazionalpopolari? «Se vai a comprarti una borsa a 200 mila lire mi vuoi spiegare tu che lusso è? Il lusso è l’esclusività. Molti nostri concorrenti fanno apparire di lusso una cosa che di lusso non è. Hermès fa una Kelly di coccodrillo a 18 mila euro. Questo è lusso». E che mi dite dei vostri cuscini di visone? Gli animalisti ce l’hanno con voi. Stefano: «Usano scarpe di pelle, cinture di pelle, portafogli di pelle e a noi ci dicono che siamo degli assassini bastardi. All’ultima sfilata si sono impegnati dalle due di notte alle sei della mattina per sporcare di sangue tutto il marciapiede. Ma noi non usiamo pelli di animali in via di estinzione». Brigitte Bardot dice che… «Vuoi che ti mostri le foto di Brigitte Bardot col cappotto di leopardo?». Ma poi ha preso coscienza… «Certo. Come quelli che si convertono alla religione quando stanno per crepare perché hanno paura dell’inferno», dice Domenico.
Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono molto cattolici. Ma il mondo cattolico non è molto tenero con i gay. Domenico: «La chiesa è come la politica. È fatta di persone che fanno e disfano le leggi. Ma Gesù Cristo non ha mai condannato i gay. Il problema se lo sono inventato dopo, nel Medioevo». Va bene, ma voi siete praticanti? Stefano: «A messa ci andiamo. Comunione e confessione no».
Vogliamo parlare anche un po’ di vestiti? Come vestono i politici? Domenico è accomodante: «Non vestono male, ma nemmeno bene. Mediocri. Né carne né pesce. Normali. Impupati in quegli abiti compressi». Stefano: «Gli italiani hanno nel sangue questo modo di vestire inquadrato. Rigidi, provinciali». Bossi impupato? Con la canotta vi ha anticipati. «Bossi! Mamma mia! Ma che nome che tiri fuori!». Stefano è scandalizzato. «Ma ha la bavetta agli angoli della bocca. Ma che schifo scusa. E poi la forfora». Domenico: «E quel verde della Lega? Un tono orrendo. Un verde ospedale». Veste peggio Fassino o D’Alema? «Fassino non si può proprio guardà». Veltroni o Rutelli? «Rutelli è stranissimo con quei grigi, quei beige. È un monoblocco». Bertinotti o Cofferati? Stefano: «Meglio Bertinotti». Domenico: «Ma sembra che abbia la divisa». Stefano: «Vabbè, ha fatto un po’ il personaggio».

Qual è la giornalista di moda che non sopportate? Stefano: «I viali della moda sono pieni di persone che esercitano il loro potere quei quattro giorni delle sfilate. Sono delle poveracce». Domenico: «La parola giusta è meschine». Stefano: «Un giorno dicono: “Questo stilista fa schifo, è una merdacciata”. Poi arriva la pubblicità. E lo stilista diventa bravissimo». Però anche gli stilisti se un giornale li critica fanno saltare la pubblicità. Un brutto vizio. Stefano: «Magari in un momento di rabbia…». Domenico: «Uno sfogo momentaneo». Ma è un esercizio scorretto del vostro potere. Arroganza. La pubblicità dovrebbe essere indipendente. «Ma quando mai…è tutta una grande bugia».
Vi viene in mente ogni tanto che vi state occupando della parte superficiale della vita? «Non è superficiale la moda», spiega Domenico. «Fare un abito è una cosa bellissima perché vai a coprire il corpo di una persona, gli dai la felicità, un sogno». «Aiuti il cambiamento di un costume», aggiunge Stefano. «Arrivi al sociale, sulla strada, cambi le mode».
È arrivato il momento del gioco della torre. È un po’ difficile farlo con due persone. Proviamo. Baget Bozzo o Bondi? Risponde Stefano: «Non posso rispondere, sono ignorante, non conosco né il primo né il secondo». Sgarbi o Ferrara? Sempre Stefano: «Sono due persone aggressive che sanno solo gridare e non concludono niente». Andiamo sul difficile. Tra Armani e Ferrè chi buttate? Domenico non ha dubbi: «Ferrè. Armani è un grande». Krizia o Biagiotti? Risposta corale: «Buttiamo tutte e due». E che cosa mi dite della «stilista rossa», Miuccia Prada? Stefano: «Poverina». Poverina in che senso? «Quando la vedo dico: poverina». Domenico: «Io invece dico: santa donna, prega per noi». E Cavalli? Stefano: «Cavalli non lo consideriamo uno stilista. Parliamo di Armani, di noi, di Ferrè, di Krizia. Gente che disegna e ha fatto uno stile. C’è invece chi un giorno decide che con i soldi si può fare tutto. E non è vero».
Dolce e Gabbana vestono Dolce e Gabbana? Domenico sì («Io sono monomarca, fanatico»), Stefano non sempre («Stefano ogni tanto tradisce. Spesso con etichette di ragazzi emergenti e sconosciuti. E allora litighiamo tanto. Perché io non voglio che li compri. Tre anni fa comprò addirittura un cappotto di Saint Laurent e un giubbotto di pelle di Balenciaga. “Guarda”, sentenzia Stefano. “Mi ha rotto per giorni”.

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