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Da Corriere Magazine del 22/12/2005

Nella prefazione all’ultimo libro di Marco Travaglio, il direttore dell’Unità Antonio Padellaro l’ha anche scritto: «Non credevo che Furio Colombo avesse perso il posto per colpa degli articoli di Travaglio finché la stessa cosa non stava per succedere a me». Adesso dice che quello era un paradosso, una maniera ironica per sdrammatizzare il problema. Ma è pur vero che se bisogna sdrammatizzarlo vuol dire che quel problema esiste. Padellaro si trova tra l’incudine e il martello. L’incudine sono i lettori che per la rubrica Bananas di Travaglio vanno pazzi. Il martello sono tutti i diessini ai quali Travaglio fa venire l’orticaria attaccandoli sul loro giornale. «Una cosa è certa», ammette Padellaro. «Marco Travaglio è il collaboratore più impegnativo che un giornale possa avere». Tanto da mettere a rischio la tua direzione? «Ogni volta che che mi manda un pezzo gli dico scherzando: “A causa di questo articolo mi cacceranno”».

Scherzo o non scherzo, hai avuto problemi con Fassino.
«Con Fassino personalmente no».
L’hai detto. L’ho letto.
«Immagino che tante cose che scrive Travaglio non gli piacciano…».
Immagini?
«Lo so con certezza che non gli piacciono, però non mi ha mai telefonato per dirmelo».
Non ti ha telefonato, ma l’ha detto a Otto 1/2 su La7. Ha detto: «Come è noto, Marco Travaglio scrive spesso cose improprie».
«Se fossi stato al posto di Ferrara o della Armeni gli avrei ribattuto: «Quali, dove, quando?». Ai giornalisti italiani manca spesso il gusto della seconda domanda».
E tu che cosa ne pensi?
«Pur essendo lo stile di Marco molto pesante, non vedo in che cosa possano dispiacere a sinistra le cosa che scrive».
Non nasconderti dietro a un dito. Travaglio attacca i Ds…
«Sull’Unità? Mai. Io rispondo solo di quello che viene pubblicato su questo giornale. Marco è un uomo libero. Su MicroMega scrive quello che vuole, nei dibattiti dice quello che vuole. E i suoi libri non dipendono da me».
Le proteste del gruppo parlamentare diessino erano cominciate ai tempi in cui il direttore era Furio Colombo.
«Non erano riferite a Travaglio ma al giornale nel suo complesso».
Chi è che non ama Travaglio? Franco Debenedetti? Cuperlo? Caldarola?
«Debenedetti sostiene che dovremmo rinunciare ai soldi garantiti dai gruppi parlamentari diessini. Cuperlo ha scritto un articolo per spiegare che quello di Travaglio non è il giornalismo che ama di più. E Caldarola, in una intervista al Corriere, ha detto che, pur essendo Travaglio liberissimo di scrivere, se lui fosse il direttore non lo vorrebbe nel suo giornale».
Cioè: Travaglio è libero di scrivere ma si accomodi da un’altra parte. Alla Berlusconi…
«È un paradosso. I militanti lo amano moltissimo, il partito lo detesta. Ma un partito non dovrebbe avere paura di Travaglio».
Però quando disse che la sinistra era entrata a Palazzo Chigi con le pezze al culo…
«Rimprovero anche io a Marco il linguaggio. Quando usa l’ironia è fantastico. Quando usa l’ingiuria fa torto al suo talento».
Lo hai mai censurato?
«Sulla forma e sullo stile sì. Con un abile giro di parole – gli spiego spesso – si dice la stessa cosa e si evitano le querele».
Se tu decidessi che Travaglio ti ha rotto le scatole e lo mandassi via, quanti lettori perderesti?
«Molti. Ma io non lo manderò mai via».
Quindi Travaglio porta lettori.
«Sì, insieme allo spirito che anima questo giornale. Noi diamo voce agli intransigenti. Abbiamo Flores d’Arcais, Elio Veltri, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Nando Dalla Chiesa Lidia Ravera, Massimo Fini, Oliviero Beha. In un convegno di Micromega si parlò dell’Unità come campo profughi, che è una bella definizione. Ricordi come era il centro sinistra dopo la vittoria di Berlusconi?».
Come era?
«Era sderenato, come dicono a Roma. Si parlava di un berlusconismo che sarebbe durato quindici anni. Ma c’era un’opposizione fatta anche di voci che andavano al di là dell’ortodossia di partito, voci autorevoli che noi abbiamo raccolto anche senza condividerle. Un partito dovrebbe sforzarsi di farsele piacere».
Un bel pistolotto.
«Ma ho finito. L’Unità, nel suo piccolo e nel suo grande, ha riportato molta gente a votare per il centro sinistra».
Ogni tanto non ti viene il sospetto di esagerare?
«Qui non si tratta di sinistra contro destra. Qui c’è un blocco culturale, intellettuale, giornalistico, politico liberaldemocratico che si è sfasciato, una parte è andata con Berlusconi e l’altra parte si è trovata in contrapposizione, portata anche al parossismo. Ammetto che ci sono stati eccessi anche da parte del mio giornale, ma li difendo. Berlusconi in questo Paese fa quello che vuole. Berlusconi è un evento sconvolgente per l’Italia».

Pensi che la gente abbia capito il motivo per cui Furio Colombo è stato mandato via e tu invece sei rimasto? Disse Colombo: «È l’unica domanda alla quale non posso dare risposta».
«Io e Colombo ci eravamo dati una regola: entriamo insieme e usciamo insieme».
Appunto.
«Siamo restati, in ruoli diversi. Furio fa l’editorialista e scrive moltissimo. E poi è stato lui a chiedere che fossi io a sostituirlo».
Hai spiegato il vostro comportamento, non quello dell’editore. Perché ha mandato via Colombo e ha tenuto Padellaro?
«Sarebbe abbastanza sconveniente che io parlassi al posto dell’editore. Vuoi che sia io a dare le risposte che Colombo non dà? Mi mancano delle informazioni».
Più che mancarti, non le vuoi dire.
«No, no, mi mancano».
Antonio, il giorno in cui l’editore ti ha nominato direttore, tu non gli hai chiesto niente? E l’editore non ti ha detto di evitare gli errori che rimproverava a Colombo?
«No. Loro mi conoscevano benissimo, sapevano quello che penso e quello che ho fatto».
Va bene. Questa crisi resta un mistero. Quando un direttore viene mandato via ci possono essere tre motivi: uno editoriale, uno politico e uno personale. Vende poco, fa un giornale che non piace, è antipatico. Quale delle tre?
«Non lo so».
È incredibile che tu non lo sappia…
«Non è una cosa che puoi chiedere a me. Io sono stato chiamato, ma non ho mai partecipato agli incontri che sono stati fatti tra Furio Colombo e la proprietà».
Debenedetti ha scritto che il compito di Padellaro è portare l’Unità su posizioni prodiane.
«Strano, visto che Furio Colombo è un grande amico di Romano Prodi. Me lo sono già trovato prodiano il giornale e ne sono contento».
Il giornalismo è la tua vita?
«Io ho scelto il giornalismo perché, come diceva quel tale, sempre meglio di lavorare è. Ero un perdigiorno. Mi piaceva poco studiare e tanto andare in giro, divertirmi, stare con le ragazze. Mio padre era molto severo, diceva che ero un pelandrone e voleva che impiegassi meglio il mio tempo. Così chiese a Sergio Lepri, allora direttore dell’Ansa, di prendermi in prova. Però una laurea in legge l’ho presa.».

Quella che si dice una grande passione. Raccontami un po’ della tua vita.
«Nasco a Roma da una famiglia di alti funzionari dello Stato. Ho fatto le scuole dai gesuiti, al Massimo, come Rutelli, De Gennaro, Sansonetti».
Politicamente?
«Mio padre è stato fascista convinto. Zio Nazareno, uno dei discepoli di Bottai. Altri due zii furono antifascisti».
Eri un sessantottino?
«No, il mio sinistrismo è arrivato dopo, al Corriere della Sera».
Miti, canzoni, voglie?
«Tutto legato al mondo della musica, Beatles, Rolling Stones, grande appassionato di Renzo Arbore e di Bandiera Gialla. Non facevo altro che comprare 45 giri e metterli nel mangiadischi della Philips. Giravo per feste, fidanzate e partite di calcio. Romanista. Anche oggi la mia famiglia è tutta romanista. I figli li ho cresciuti a pane e romanismo. È la rovina delle nostre domeniche. Se c’è varietà di tifo all’interno di una famiglia, la domenica c’è chi è allegro e chi scontento. Ma se si è tutti romanisti, nei periodi di sfiga come quello attuale si passano delle domeniche orrende».
Torniamo alla tua gioventù.
«Leggevo molto e andavo spesso al cinema. I miei miti erano i grandi scrittori americani. Ma la bella stagione è durata poco. Sono stato immesso subito in questo meccanismo mostruoso che è il giornalismo. Poi scoprii che nutriva il mio narcisismo. Era bello quando riuscivi a dare la notizia prima degli altri. Girava questa battuta allora: sai qual è la differenza tra l’Agi e l’Ansa? L’Agi dà notizie false, l’Ansa non dà notizie».
Poi sei andato al Corriere della Sera.
«Ricordo il grande salone della redazione. Se qualcuno alzava un po’ la voce c’era un capo servizio che sbatteva un righello sul tavolo e diceva: “Signori, per cortesia!”. Altri tempi».
Il tuo primo grande scoop?
«Fanfani ai tempi del referendum sul divorzio. Fui io che lo beccai il giorno in cui teneva un comizio al cinema Moderno di Caltanissetta e diceva a una moltitudine di uomini con coppole e baffi: “Se passerà il divorzio ci sarà la dissoluzione dei costumi e le vostre mogli scapperanno con le cameriere”. Fu un lapsus, voleva dire che gli uomini sarebbero scappati con le cameriere ma aveva una platea di uomini e quindi si confuse. Fantastico».
Perché andasti all’Espresso?
«Ero rimasto diciannove anni al Corriere dove ero diventato capo della redazione romana. Alla fine la situazione era pesantissima. Era il momento di maggior successo del craxismo e i craxiani dicevano che il capo dell’ufficio romano non poteva essere un comunista».
Eri comunista?
«Non ho mai votato Pci in vita mia. Anzi votai Craxi quando diventò segretario. Ma venivo visto come uno strano giornalista non rassicurante in un posto importante. Ero molto logorato. Quando Giovanni Valentini, direttore dell’Espresso, mi offrì il posto di vicedirettore, decisi di fare il salto nel vuoto. Lasciare dopo diciannove anni il Corriere è stato un trauma spaventoso. E a volte penso ancora che sia stata la più grande cazzata della mia vita».

Se non l’avessi fatta?
«Forse sarei anche direttore del Corriere, perché no?».
Invece andasti all’Espresso.
«Dopo qualche mese arrivò Claudio Rinaldi. Nacque una grande amicizia. Ancora oggi lo sento tutti i giorni».
Di che parlate?
«Di comunismo e della Roma».
Molti anni fa tu facesti la sceneggiatura di Forza Italia, un film contro la Democrazia Cristiana, insieme a Carlo Rossella…
«Tanto tempo fa. Rossella era pirotecnico, spiritoso, pieno di battute. E di sinistra».
Perché la gente cambia partito? Per interesse?
«Io voglio scrivere prima o poi un libro, Per fatto personale. Sai quante grandi storie, se vai a indagare bene, hanno dietro piccole cose private? Magari uno cambia partito solo perché lo hanno trattato male».
Capisco Renzo Foa che si sentiva – dicono – trascurato. Ma chi ha fatto qualcosa a Nando Adornato o a Paolo Guzzanti? Chi ha maltrattato Marcello Pera?
«C’è anche la seduzione del potere».
Senti area di transumanza adesso?
«Fortissima. Te ne dico una. L’Unità ha avuto grandi problemi per la pubblicità. In un periodo di ferreo regime berlusconiano sull’informazione, molte imprese evitavano di darci la loro pubblicità. Adesso sentiamo che questo blocco si sta sciogliendo».
A sinistra arrivano molti profughi da destra…
«Ci sarà l’assalto alla diligenza per le candidature».
Tu sei per una selezione rigida?
«Non si tratta di fare gli esamini, ma bisogna vedere se sei presentabile. Vediamo la fedina penale e anche quella civile».
Se uno non è presentabile ma porta voti?
«Quanti voti porta e quanti ne toglie? Prendi Sgarbi. Ha scritto sulla sinistra cose difficili da dimenticare. Caro Vittorio, vuoi scrivere sull’Unità? Non c’è problema. Ma non ti puoi candidare con la sinistra».
Qual è la televisione che non vedi?
«Non riesco più a vedere i talk show politici, mi sembrano lessi, bolliti».
Il tuo Travaglio non perde occasione per attaccare Floris.
«Floris sa condurre bene, è preparato, non si fa intimidire. Però ha nella sua testa un codice, un elenco di persone da invitare e da non invitare, si muove come ha capito che ci si deve muovere. Dovrebbe rischiare di più, variare gli ospiti. Come mai non invita mai Travaglio, per esempio?».
Forse perché lo ha definito il «vespino de sinistra».
«Non lo invitava neanche prima».
Travaglio attacca anche Petruccioli…
«Petruccioli ha detto delle cose poco cortesi nei confronti di Travaglio».
Travaglio attacca anche Ruffini, il capo della rete della sinistra…
«Ruffini in quella famosa storia di Raiot non si è comportato benissimo. È stato timido, contraddittorio, non ha difeso come avrebbe dovuto la Guzzanti. Però, obbiettivamente, non ho mai sentito la spiegazione di Ruffini».
Pubblicheresti un articolo di Ruffini che spiega?
«Ma certamente, anche un articolo dell’Annunziata, anche di Cattaneo».
Se Buontempo ti manda un pezzo tu lo pubblichi?
«Abbiamo pubblicato pezzi di Cirino Pomicino. Potrei perfino pubblicare un pezzo di Tremonti, che Dio mi perdoni».
Vespa mi ha detto che sul Corriere scrivevi pezzi filodemocristiani.
«Non è vero. Però se avessi saputo che dopo la Dc venivano Berlusconi e il «contratto» nello studio di Porta a Porta, mi sarei iscritto allo scudo crociato».
Chi è che ti piace a destra?
«Ho avuto una forte simpatia per Bossi, ai tempi del ribaltone. Bossi è stato un grande rivoluzionario».
E poi?
«Follini ha fatto il pesce in barile per troppo tempo. Però adesso è uscito alla grande ed ha dimostrato di avere uno spessore politico e morale che Casini non ha. Poi c’è Fini. In certi momenti, quando non sente il richiamo della foresta berlusconiana, mi sembra in grado di guidare la destra nei prossimi anni. A me piace l’idea di una destra ben rappresentata. Ho paura di una sinistra che prenda una maggioranza troppo forte».
E a sinistra chi non ti piace?
«Resto un po’ perplesso quando Diliberto fa l’apologia di Fidel Castro. Questa è senescenza della democrazia. Mi piacerebbe che dicesse: “Fidel Castro ha fatto la rivoluzione, certo, ma ha messo un paese in gabbia. Cuba ha diritto ad una democrazia piena, con partiti e libertà di opinione”. Sarebbe un colpo di teatro straordinario. Se io fossi il suo esperto di comunicazione glielo consiglierei».

Gioco della torre. Ricci o Bonolis?
«Salvo Bonolis. Quella storia del Penombra è fantastica. Insieme ai furbetti del quartierino è una delle grandi definizioni di quest’anno».
Bondi o Cicchitto?
«Butto Cicchitto. L’ho conosciuto molto di sinistra. Lo ritrovo sul versante opposto. Non mi fa ribrezzo ma non lo comprendo. L’erede di Riccardo Lombardi è oggi il pasdaran di Berlusconi».
Feltri o Belpietro?
«Belpietro fa un bel giornale, completo, ma un po’ troppo ufficioso. Feltri è uno che sa stare al mondo. È venuto alla festa dell’Unità, abbiamo fatto un dibattito insieme, avresti dovuto vedere come ha lisciato il pelo al pubblico, parlando male di Berlusconi e di Dell’Utri».
Vattimo o Cecchi Paone?
«Salvo Vattimo, anche se ce l’ha con noi perché abbiamo scritto delle cose che non ha gradito. Quelli di sinistra sono permalosissimi. Anche Santoro ce l’ha giurata perché abbiamo scritto che prima di dimettersi dal Parlamento Europeo avrebbe dovuto dare una spiegazione ai suoi 400 mila elettori».
Perché la sinistra è così suscettibile?
«Perché spesso la sinistra è “chiagni e fotti”. La destra ha una capacità di autoironia maggiore».
D’Alema o Fassino?
«Come dico a Travaglio: tu mi vuoi far cacciare!».

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