de mita

C’è stato un momento in cui era uno degli uomini più potenti d’Italia: presidente del Consiglio e segretario della Dc. «Non me ne sono accorto», dice Ciriaco De Mita oggi. «Se ne sono accorti tutti gli altri», ribatto io. E lui: «Ho sempre pensato che chi è dentro ad una struttura di potere svolge semplicemente una funzione». «Comunque», dico, «adesso è un tranquillo signore della politica». Acconsente: «Definizione appropriata». Mi infilo nella fessura che mi ha concesso: «È cambiato qualcosa intorno a lei?». Una premessa: intervistare Ciriaco De Mita è faticoso. Il suo linguaggio non è semplice. I suoi ragionamenti seguono percorsi tortuosi. Lui obbietta: il mondo è complesso e sbaglia chi sceglie la strada della semplificazione. Purtroppo il mestiere del giornalista è quello che è. Mi trovo costretto a semplificare. Non se ne abbia a male l’onorevole De Mita. In fondo semplifico anche per lui.
Dicevamo: è cambiato qualcosa da quando era un potente leader politico?
«Ho avuto infinite possibilità di agevolare, premiare, favorire, aiutare… sono tutti termini inesatti, ne trovi lei uno più neutro. Ma non ho un ricordo».
Cioè?
«Non ho rapporti con persone che ho agevolato».
Continuo a non capire.
«Ho concorso a tante nomine».
E le persone nominate sono scomparse? Questo vuole dire?
«Preferirei non dirlo, preferirei che non mi facesse la domanda. Quando mi è capitato di chiedere un’attenzione a qualcuno di quelli che ho nominato ho avuto come risposta tanta cortesia ma nessun atto concreto».
Ingratitudine umana.
«Quando c’era il miele, le api arrivavano».
E adesso le api non arrivano più.
«Sono davvero un tranquillo signore della politica».
Senza più api.
«Scomparse quasi tutte».
Bene. Cominciamo l’intervista. Dicono: la seconda Repubblica ha una classe dirigente di livello bassissimo.
«Nella nostra tradizione politica prima veniva il pensiero e poi l’organizzazione. Oggi succede il contrario, il personale politico viene selezionato da un meccanismo aziendale. Improvvisazione ed inesperienza sono inevitabili».
Scajola dice: abbiamo costruito il partito dopo la vittoria. Cioè: prima hanno vinto e poi hanno fatto il partito.
«Oggi il sistema politico si basa sull’emotività che cattura la pubblica opinione, non sull’interpretazione del bisogno e relativa soluzione. Le classi dirigenti non hanno più la necessità di elaborare la risposta. Ecco perché il presidente del Consiglio tranquillamente giustifica le assenze dei parlamentari. Votare è perdere tempo. Basterebbe far votare i capigruppo».
Capogruppo come capoufficio.
«Io vengo da una esperienza diversa. Lo scontro era aspro ma c’era rispetto per le ragioni degli altri».
Ieri c’era Forlani, oggi c’è Bondi.
«Bondi è un vecchio comunista: prima c’è il giudizio e poi recupera la motivazione. Qualunque cosa accada la risposta la si appiccica».
Silvio Berlusconi è l’uomo più potente d’Italia?
«È certamente il più ricco. Più potente non direi perché viviamo ancora in un sistema democratico. Chi è al vertice non ha facoltà di arbitrio, anche se qualche volta…».
Qualche volta?
«Leggi fatte per casi particolari… decisioni che coinvolgono interessi personali…».
È il conflitto di interessi.
«Pensi che in Italia un concessionario della affissione dei manifesti non può essere eletto consigliere comunale. Eppure il concessionario dell’utilizzo dell’etere, concessione dello Stato, è riuscito a diventare presidente del Consiglio».
Berlusconi le piace?
«È simpatico, umano, accattivante. Con lui non ho rapporti conflittuali. Ho capito una cosa di lui: è molto attento e duro quando tutela le sue posizioni. Sul resto concede tutto».
Non sembrate fare lo stesso mestiere.
«In che senso?».
Lui parla semplice, concreto.
«Io non escludo che il mio modo di esprimermi, volendo recuperare la complessità non delle astrazioni, ma delle analisi e della situazione…».
Onorevole…
«Una professoressa dell’università di Roma, ha scoperto che il mio linguaggio è innovativo rispetto alla realtà, perché non è la liturgia del suono, ma il tentativo di analizzare le situazioni».
Berlusconi ha semplificato il linguaggio.
«Per lui la semplificazione è ovvia perché gestisce sempre un interesse solo, che qualche volta è il suo».
Perché ha vinto?
«Ha avuto una capacità straordinaria di assumere il disagio come riferimento e la gente ha visto in lui una sorta di divinità, di superuomo. È un venditore abilissimo. Vede un assetato e gli indica dov’è l’acqua. Se poi è avvelenata non importa, perché l’alternativa non è l’acqua minerale, è niente acqua. Ma ormai l’assetato non gli crede più».
Si circonda di gente che viene dalla sinistra… Cicchitto… Adornato… Ferrara… Bondi…
«Quando ero segretario della Dc, elementi del dipartimento di Stato in America mi spiegavano che la presenza al governo in Italia di comunisti antisovietici avrebbe dato più affidabilità, ai fini della sicurezza militare, dei partiti democratici come la Dc. Anche per Berlusconi gli ex comunisti sono più affidabili dei democratici».
I voltagabbana: che cosa ne pensa?
«Una volta il cambiamento di comportamento politico veniva considerato un comportamento da prostitute».
D’Antoni, Cirino Pomicino, sono dei voltagabbana?
«Obbiettivamente antepongono la propria funzione all’interesse generale».
E Clemente Mastella?
«Poche motivazioni generali, molte personali. La moralità della politica sta nella corrispondenza tra le motivazioni per cui si prendono i voti e i comportamenti conseguenti».
I democristiani sono finiti un po’ qua e un po’ là…
«Sono passati attraverso un momento di vergogna e di ribellione. Hanno visto liquidata una grande storia con un giudizio semplificato… ladri… ignoranti. Ma adesso c’è in giro un certo rimpianto. Come se si volesse recuperare una cultura, un modo di fare, la tolleranza, il rispetto. La gente, quando ha rotto, desiderava qualche cosa in più e oggi scopre che ha molto di meno».
Che fine hanno fatto i demitiani?
«Si sono dispersi».
Qualcuno, dicono, ha tradito.
«Io non credo al tradimento».
Tabacci, Grillo, Gargani sono con Berlusconi.
«Gargani aspirava a fare il ministro e meritava di farlo. Escluso anche da sottosegretario, si è lasciato tentare dalla promessa berlusconiana. Non so se posso dirlo, ma sta di là con molto disagio».
Lei è il «papà» di Marzullo e di Pionati.
«Potrei riempire un elenco telefonico con tutte le persone che sono andate in Rai grazie alla mia indicazione. Marzullo e Pionati si distinguono perché sono di Avellino. Marzullo ha conservato un rapporto di rispetto nei miei confronti. A differenza di Pionati che invece ha un’opinione mutevole. In questi giorni sto memorizzando le posizioni dentro la Rai. Poiché prevedibilmente cambia la maggioranza, voglio divertirmi a vedere i movimenti».
Lei era un grande amico di Scalfari.
«Lui mi chiedeva notizie, io gli davo notizie. Ogni tanto organizzava una cena a casa sua. Ne ricordo una con Asor Rosa, Giampaolo Pansa, Italo Calvino. Clima difficile. Asor Rosa pensava che la Dc fosse il male e lui il bene. Calvino si esprimeva in termini non entusiasti e io rispondevo dialetticamente finché la sua donna, una sudamericana, mi disse: “Ma guardi onorevole che Italo è a suo favore”. Pansa era intermedio. Antidemocristiano ma con simpatia nei miei confronti. Il difensore della Dc era proprio lui, Scalfari. Votò Dc nel 1987. Ultimamente siamo stati a cena insieme. Mi ha detto: “Tu sei è un insieme di arcaicità e modernità. Quando le due cose sono insieme dai il meglio di te stesso, altrimenti no”».
Lei durante il caso Moro era per la linea dura.
«Non c’era spazio per la trattativa. Una volta che era stata adombrata l’ipotesi di una trattativa ed era stato convenuto che un certo giorno a una certa ora l’onorevole Bodrato andasse a rispondere a un certo numero telefonico, non chiamò nessuno».
Per Cirillo la trattativa ci fu.
«A livello di scambio di soldi. C’è un particolare molto curioso: la persona che consegnò i soldi dette 500 milioni in meno. Non si sa se ha sbagliato o ha fatto la cresta».
Moro vi ha scritto molte lettere.
«Le lettere non hanno avuto una lettura intelligente. La loro interpretazione fu condizionata dall’idea che chi è in cattività non è libero di esprimersi».
A lei Moro non ha scritto.
«No, ma scrisse a Misasi. Misasi era per la trattativa. Espresse questa sua posizione in una riunione e il giorno dopo ricevette una lettera da Moro. Fu una cosa veramente strana».
Lei crede alla genuinità delle Brigate Rosse?
«Perché non crederci? Forse è possibile che mentre tutti, soprattutto i giovani, piangevano l’uccisione di Moro, qualche statista cinico e freddo l’abbia considerata un risultato positivo. Questo non lo escludo. Ma una cosa è vedere il tuo nemico investito dal tram, altra cosa è guidare il tram per investirlo».
E il «cervellone» di Cossiga tutto pieno di piduisti?
«Era pieno di militari. E i vertici dei militari erano piduisti».
Le hanno mai chiesto di entrare nella massoneria?
«No, mai. Sa una cosa?».
Dica.
«Quando diventai presidente del Consiglio, aprile 1988, la perestroika era al culmine. Io ero diventato oggettivo tramite tra i sovietici e la segreteria di Stato americana. Un giorno, dopo un mio viaggio in Urss, venne a trovarmi Kissinger e mi disse: “Noi vorremmo che i confini dell’Europa si estendessero fino all’Europa dell’Est”. Gli americani si dichiararono disponibili anche a fornire i fondi».
Mi sfugge la relazione con la massoneria.
«Gli aiuti non sono mai arrivati perché le società massoniche, soprattutto quelle americane, non si erano ancora organizzate sui territori là dove dovevano arrivare gli aiuti».
Chi è che le piace a destra?
«Follini. Nel centro destra è prigioniero. È come un cane alla catena».
Buttiglione aveva ragione o è stato giusto stopparlo?
«Doveva andare a ricoprire un ruolo che presidia la tutela della libertà delle persone indipendentemente dalla religione e dal sesso. Avendo detto che l’omosessualità è peccato, non è stato giustamente ritenuto idoneo. Tutto qui».
La sua opinione su Baget Bozzo? È un adulatore?
«Baget Bozzo è un frustrato della politica. Costruisce grandi teorie che nessuno ascolta. Gli piacerebbe essere un grande burattinaio. Ma è una mosca cocchiera».
Cosa pensa delle donne in politica? Micicchè dice che sono un problema.
«Sono un problema da risolvere non un problema da evitare. Sbagliano a rivendicare una maggiore rappresentanza non in virtù delle idee ma delle quote. Preferiscono diventare una categoria protetta che non una classe dirigente capace».
Le piacciono le donne come la Mussolini?
«No, a me la sguaiatezza dà fastidio».
Chi è che non le piace a sinistra?
«Non ho simpatia per chi cambia opinione, semplifica le questioni, fa prevalere la convenienza immediata».
Le piace Bertinotti?
«Ci troviamo spesso d’accordo nella individuazione dei problemi, un po’ meno sulle soluzioni».
D’Alema?
«Mi pare che sia molto attento al particolare e all’immediato. È come se avesse un orizzonte non infinito».
Rutelli?
«Lo sento amico. Le chiedo una cortesia. Niente giudizi sulle persone».
Sono giudizi politici, non personali.
«Non voglio sottrarmi, ma perchè dovrei farlo?».
Perché glielo chiedo.
«Non è una ragione sufficiente».

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